«“Cosa fai oggi?” “Niente”. “Ti va di bere?”»
Eddie, che libro leggeva Sarah in quel locale? Me lo son chiesto infinite volte, chino a studiare un libro, seduto ad un tavolo di bar.
AdDio Paul
Con la firma di un traditore muore la Costituzione, e con lei la Repubblica Italiana. Non posso aggiungere altre parole, non posso permettermi un avvocato.
"Per molti anni, prima della nascita dell'Unione monetaria, tra gli economisti circolava un proverbio famoso: ogni volta che l'Europa si prende un raffreddore, l'Italia si becca una polmonite. Oggi, nonostante il paracadute dell'euro, quel motto si dovrebbe riaggiornare, purtroppo in chiave più drammatica. Se davvero nel mondo dilaga la "peste", ora l'Italia rischia sul serio la pelle. Mario Draghi e i cervelli dell'ufficio studi di Bankitalia non sono "cavalieri dell'Apocalisse". Ma a leggere l'ultimo Bollettino economico di Via Nazionale la conclusione che se ne trae è inequivoca: il Paese è in ginocchio." (Massimo Giannini, la Repubblica, 15 Luglio 2008)
A Piazza Navona, Beppe Grillo ha espresso gli stessi concetti, solo che a differenza di M. Giannini non le ha dette in Politically correct. Volete mettere a confronto quel rozzo e beota genovese con questo damerino bocconiano? Anche la sentenza a morte nei confronti di Giordano Bruno, e il rapporto del "crimen sollicitationis" furono espresse in perfetto stile ciceroniano. Gli esteti della consecutio temporum stanno ancora a masturbarsi davanti a tanta eleganza, che fanno fatica a raggiungere l'eiaculatio, in perfetto stile dandy. Volete mettere lo stile di Ratzinger a confronto con quello della Guzzanti? Vergognatevi, solo a pensarlo. Peccarono di leggerezza, quando nel IX secolo, latinisti al soldo del vescovo di Roma redassero un documento, noto come "donazione di Costantino", che giustificava de jure et de facto il potere temporale del papato. Ma furono smascherati da Lorenzo Valla. Lorenzo Valla, mica Cacciari. Che volete che smascheri un Cacciari, maschera per antonomasia. Lui sa dare solo del cretino a chi non volle il Papa alla Sapienza di Roma. Ma disse "cretino" con una tale eleganza, che l'Accademia della Crusca ne rimase estasiata, da allora riunita a discutere se sostituire o no il cretino di un comune vocabolario col cretino di Cacciari. Il resto ve lo dirò quando avrò letto la prosa della sentenza sui fatti della Bolzaneto, e la legge detta Lodo Schifani. Ma scommeto che anche questa sarà scritta col crisma che tanto piace ai dandy di corte. La firma di Giorgio Napolitano dipende dalla forma con con cui sarà scritta questa legge.
Non ha avuto l'eleganza stilistica di Dante, che pose nell'Inferno Bonifacio VIII ancora vivo facendo dire a Niccolò III:
Ed el gridò: Se' tu già costì ritto,
se' tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
Se' tu sì tosto di quell'aver sazio
per lo qual non temesti tòrre a 'nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?»
ma Sabina Guzzanti ha tutta la mia solidarietà, per il modo come ieri, a Piazza Navona ha spedito Benedetto XVI all'Inferno. Non aveva ancora finito di parlare che già prime donne travestite da firme di giornali, la crema dell'intellighentia italica, illuminista, progressista e di sinistra, scagliarsi contro le sue accuse in vernacolare: "Papa Ratzinger, che fra vent'anni sarà all'inferno, tormentato da diavoloni frocioni". E no, secondo queste firme illustri, non si parla così. Anime candide, spirito di mammole, che invece non si scandalizzano del linguaggio da bordello che il più alto dei nani di arcore usa rivolgendosi alle sue "bambine", una di loro oggi ministro della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza. Ecco il resto del discorso della Guzzanti: "A me non me ne frega niente della vita sessuale di Berlusconi. Ma tu non puoi mettere alle Pari opportunità una che sta lì perché t'ha succhiato l'uccello, non la puoi mettere da nessuna parte ma in particolare non la puoi mettere alle Pari opportunità perché è uno sfregio".
E no, non va bene neanche il linguaggio di Beppe Grillo, turpiloquio lo chiamano. Questi tollerano ministri della Repubblica che "con la bandiera italiana si puliscono il culo" (testuale), ma non il turpiloquio di Grillo. Ma è turpiloquio dire che Giorgio Napolitano dorme come Morfeo, Che Giorgio Napolitano sta per firmare una legge incostituzionale, dopo aver zittito il CSM intimandogli di non pronunciarsi? E turpiloquio dire che mentre a Chiaiano si manifestava contro un inganno, lui vada a Capri in forma privata a godersi l'isola insieme a corrotti come Bassolino e la Iervolino? E' turpiloquio dire che lo Stato è prossimo alla bancarotta, strozzato dal debito di signoraggio verso le banche (23 miliardi di euro d'interessi solo quest'anno)? Cialtroni, canaglie che altro non siete, dove sta il turpiloquio? La vostra vigliaccheria sta consegnando l'Italia al fascismo. Il vostro giornalismo ha distrutto la cultura, avete creato un mostro, la vostra informazione, libero pensiero lo chiamate. Farabutti!
PS. Nel 1956 l'attuale presidente della Repubblica Italiana si schierò coi maiali di Mosca e coi carri armati sovietici, consegnando alla dittatura il popolo ungherese. Un servo allora, come oggi.
Fame coacta vulpes alta in vinea
Uvam adpetebat summis saliens viribus... (Fedro)
Quanta bava vedo uscire dalla bocca di certuni che si definiscono scrittori. Partecipano a miriadi di concorsi, dalle saghe paesane a quelli sui blog, ma appena un tale, un Fisico addirittura, vince il Premio Strega, schiumazzano bile. A sentire certi critici poi, procuratori di paranoici affetti da mania da scrittura, denigrare quel premio perché non vale niente, mentre i loro beniamini scriverebbero nel giornale del sacrestano per diventare famosi, e nei blog per farsi notare, e per sentirsi dire "bravo", "bello", "scrivi da dio", e bla e bla e bla, viene da ridere a crepa pelle, e me la rido infatti, a più non posso. E' da stamane che me la rido, alla Margutte. Roba da non credere, un Fisico che vince il Premio Strega. Incredibile, un Fisico. Poveri scrittori.
Gradite una fetta di limone? Fa bene allo stomaco :-))). Un Fisico, che vince il Premio Strega, con una metafora sui numeri primi, sulla solitudine dei numeri primi. Noooo, che titolo, fa schiantare dall'invidia. Comprerò quel libro, ma non per leggerlo, per ridere invece, a futura memoria, pensando a certi scrittori. Credo che lo farò incorniciare. Incredibile. Un Fisico... :-)))
Questo post è tratto dal sito del "Centro Italiano di studi Kierkegardiani", fondato da Cornelio Fabbro. Reputo importante il suo contenuto, per una riflessione sul rapporto tra cultura e giornalismo, non ultimo il motivo sull'attuale dibattito tra libertà di stampa e democrazia.
c/o Facoltà di Lettere e Filosofia - Università della Basilicata
Cattedra di Filosofia teoretica [Prof.Giuseppe Mario Pizzuti]
[Giornalismo e massificazione] Chi ha affrontato in termini radicali, e a nostro avviso risolutivi, il significato e la portata, a livello di filosofia e di storia della cultura, del giornalismo moderno è stato Soeren Kierkegaard, con una riflessione di straordinaria incisività e profondità nell’ambito della demolizione da lui realizzata della filosofia hegeliana e, per essa, del razionalismo moderno; nella denuncia kierkegaardiana, il giornalismo moderno è strettamente connesso con la genesi dell’uomo-massa, risultato diretto e inesorabilmente coerente della risoluzione realizzata grazie alla dialettica hegeliana della dialettica della qualità nella dialettica della quantità. Non è soltanto l’acume teoretico che caratterizza l’analisi kierkegaardiana, nel cui serrato e appassionato procedere si manifesta in modo indubitabile lo strettissimo, ininterrotto interesse che il filosofo fin dai primi anni, fin dalle prime esperienze culturali vissute in qualità di presidente del Circolo degli studenti, l’associazione degli studenti universitari di Copenaghen, ebbe e manifestò per il fenomeno tutto moderno del giornale, quale strumento di creazione e di diffusione di cultura. Nella sua analisi critica della filosofia moderna, la massificazione con la relativa formazione dell’uomo-massa si presenta come intrinsecamente solidale con lo svuotamento totale, a livello ontologico, dell’individuo e con esso del finito, ridotti al livello di incidente della storia e dunque di semplici fenomeni rilevabili unicamente a livello quantitativo, di entità totalmente risolvibili nella numerabilità e distinguibili, ovviamente, unicamente come copia di copie. Nella prospettiva kierkegaardiana, la critica della modernità si concretizza, in qualche modo, nella costruzione del giornale quale strumento e specchio di quell’autentico annientamento dell’uomo che coincide con la massificazione: beninteso, non è il giornale in quanto tale ad essere posto sotto processo e, per così dire, demonizzato, c’è una notevolissima produzione giornalistica con la quale il nostro filosofo inizia e conclude la parabola della sua scelta – non solo intellettuale ma prioritariamente esistenziale – di darsi alla scrittura: una produzione che esamineremo almeno nelle linee essenziali e che coincide, nella fase iniziale, con la intensa collaborazione ad alcuni giornali di Copenaghen, con una attenta riflessione critica sugli sviluppi del fenomeno giornalistico in Danimarca sfociata in una relazione tenuta nella sua associazione studentesca e su cui ritorneremo: La nostra letteratura giornalistica. L’impegno giornalistico del Nostro non venne mai meno, neanche negli anni che videro la composizione delle grandi opere, anzi c’è da menzionare la lotta con il giornale "giudeo massonico" Il corsaro, diretto da Goldschmit, che lo coinvolse a tal punto da produrre effetti sconvolgenti sul suo equilibrio interiore e che non a caso trova uno spazio molto ampio nel Diario; quell’impegno registrò un salto qualitativo negli ultimi mesi di vita, quando avviò con discreto successo di lettori la pubblicazione di una rivista a fascicoli, L’istante [oppure, variamente tradotta, Il momento o L’ora] che segnò l’estrema testimonianza del filosofo verso quanto aveva di più caro, la conversione della cristianità al Nuovo Testamento, su cui insistono quasi in forma ossessiva gli ultimi Diari e che costituì il punto d’avvio della ri-scoperta della figura e dell’opera kierkegaardiana da parte della cultura del Novecento: infatti fu la lettura sempre più appassionata de L’ora, verso il 1910, che mise Karl Barth sulla strada che l’avrebbe condotto dopo qualche anno al ripudio "su tutta la linea" della teologia liberale e alla contestuale elaborazione della teologia dialettica e del connesso pensiero della crisi. Già da questi cenni dovrebbe essere chiaro come l’atteggiamento di Kierkegaard verso i giornali non possa risolversi nella critica radicale che egli ne sviluppa nel contesto della massificazione, anche se il filosofo danese è conosciuto nella storia filosofica del giornalismo soprattutto per la connessione da lui tematizzata e radicalizzata del giornalismo con la massificazione, che comunque è rimasta il perno della riflessione kierkegaardiana, fin nella estrema pubblicazione dei fascicoli de L’istante. Ci sembra pertanto altamente opportuno far precedere la ricostruzione critica della parabola giornalistica della biografia culturale di Kierkegaard da una sintetica delineazione della genesi e della fenomenologia dell’uomo-massa.
[Genesi e fenomenologia dell’uomo-massa nella sua connessione con la stupidità] Premettiamo che nella costruzione di questo paragrafo, necessariamente compresso, non ci proponiamo soltanto di indagare il tema dell’uomo-massa sul piano filosofico, ma anche di inseguire, per così dire, la dialettica che su di esso si innesta nella forma di un risvolto di ordine psicologico-fenomenologico: la componente della stupidità. Che la stupidità sia una delle molle della storia, degli individui come dei popoli, è una persuasiva osservazione tematizzata e sviluppata nel Novecento da Robert Musil, ma anticipata circa un secolo prima da Kierkegaard nella Postilla, con preciso riferimento alla ars politica dei governanti nell’ambito della democrazie moderne: "Se è necessario avere qualcosa di più che non l’onestà per farsi strada nel mondo, la stupidità è sempre necessaria per fare fortuna e accaparrarsi il consenso della massa". La esplicita connessione tra la stupidità e la massa è il tratto che vorremmo approfondire con particolare attenzione, perché in grado di far luce sulla crisi della democrazia.
Il trionfo della stupidità, che ci si presenta travestito con le etichette della serietà, della cultura, della democrazia, dell’antifascismo o dell’antico- munismo e di ogni altro tipo di anti-, appare strettamente collegato con la crisi della verità, cioè con la pretesa propria del razionalismo moderno di risolvere e di dissolvere la verità nella libertà; e si alimenta della presunzione dell’individuo di occupare il proscenio della storia, nella beata incoscienza di essere soltanto il burattino, e nella colpevole ignoranza di chi sia il burattinaio; la risoluzione della soggettività della verità nel pensiero oggettivo, denunciata da Kierkegaard come il nucleo teoretico e il "trucco" del razionalismo moderno, è a monte di quella nemesi della illimitata espansione del soggetto, e ci sembra esprimere la ricaduta a livello esistenziale della erosione dell’oggetto nella quale l’uomo moderno si è illuso di attingere la sua piena realizzazione, mentre al contrario ha finito col perdere insieme con l’oggetto, anche la propria soggettività, cioè il rapporto a se stesso.
Nella concezione dell’uomo-massa è implicita la dottrina dello Stato di cui era capace il Kierkegaard impolitico, che non denuncia un disinteresse per la politica, al contrario insegue una ‘inattualità’ della politica per coglierne il nucleo di verità; se volessimo cercare un termine capace di darci la chiave del pensiero del nostro filosofo sulla democrazia moderna, potremmo senza alcuna esitazione individuarlo nella ‘ballottazione’, su cui un testo del Diario del 15 maggio 1848 [dunque, in piena febbre rivoluzionaria in Europa] così si esprime:
"La ‘ballottazione’ (in cui in fondo consiste il principio vitale della democrazia moderna: il numero) è la fine di ogni cosa grande, nobile, santa e amabile e, prima di tutto, del Cristianesimo: un’idolatria della mondanità, un infiammarsi per le cose di questo mondo. Il Cristianesimo è tutto l’opposto: ‘formaliter’, perché esso è la verità eterna (e questo abolisce la ballottazione) e come tale è assolutamente indifferente se ci sia o no la maggioranza. Ma nell’abracadabra della ballottazione, la maggioranza è la prova della verità: se l’ha, è la verità, altrimenti no. Che orrende mancanza di spirito! ‘Realiter’, il Cristianesimo è tutto l’opposto poiché essendo la verità militante suppone che in questo povero mondo la verità sia sempre in minoranza. Dunque, per il cristiano la verità è nella minoranza, per la ballottazione nella maggioranza. Bene." [D IX A4 = 1414]. "Il dovere cristiano è di volgersi contro la Folla, perché il Cristianesimo esige che ogni uomo si debba riformare, e specialmente che sia abbattuta la più empia di tutte le categorie acristiane: la Folla, il Pubblico" [D VIII A 461=1314]
A questo punto è possibile enunciare, servendoci di un altro passo del Diario di parecchio posteriore, la legge fondamentale, diremmo, della massificazione, che Kierkegaard individua nella ‘legge del numero’.
"La legge è questa: tutto ciò che per diventare importante ha bisogno del numero, è eo ipso privo di importanza ed è tanto meno importante quanto più grande è il numero di cui abbisogna. Tutto ciò che non può essere realizzato, arrangiato, compiuto se non per via del numero e che poi gli uomini ammirano stupefatti, come se ciò fosse la cosa importante, è proprio cosa senza importanza. Ciò che è veramente importante in senso inverso, ha sempre meno bisogno del numero per poter compiersi; e per la cosa più importante di tutte, per quella che muove cielo e terra, non c’è bisogno che di un sol uomo; se c’è bisogno di più, questo sottrae. Le guerre europee, le rivoluzioni, le esposizioni d’arte e i giornali a tiratura gigantesca ecc. non possono essere allestiti da un uomo solo. Si crede allora che simili cose siano ciò che ha importanza; mentre proprio è la loro mancanza d’importanza che fa sì che il numero sia chiamato a dare importanza. Ma la cosa più importante di tutte, ciò che interessa angeli e demoni, è che un uomo si metta in rapporto con Dio: per questo un solo uomo basta"[D XI2 a 167=n.3195].
Già da questo passo assolutamente emblematico, traspare come la contrapposizione di Kierkegaard al pensiero moderno scaturisce da una prospettiva filosofica e culturale la quale, pur rivendicando l’istanza metafisica [ma non cosmologica], è d’ordine squisitamente teologico: la prospettiva, potremmo dire, del Nuovo Testamento letto attraverso la categoria ermeneutica del Singolo. Il punto di partenza del Nostro è che il dovere fondamentale di un cristiano moderno "è di volgersi contro la Folla, perché il Cristianesimo esige che ogni uomo si debba riformare, e specialmente che sia abbattuta la più empia di tutte le categorie acristiane: la Folla, il Pubblico"[D VIII A 461=n:1314]: appare chiaramente come Kierkegaard metta sotto accusa la modernità, certo, ma lo faccia da uomo moderno, imbevuto di cultura moderna, corredato di una intensa frequentazione del pensiero moderno, segnato fin nelle radici del proprio essere da una sensibilità acutamente moderna: questo non è superfluo tenerlo presente.
Nella prospettiva kierkegaardiana l’apparire dell’uomo-massa non è una moda passeggera, ma esprime l’approccio più autentico dell’odissea dell’uomo moderno, snodatasi nel segno della rivendicazione radicale della libertà; in quella prospettiva, l’uomo-massa assurge al rango di categoria dello spirito, in quanto possibilità immanente alla scelta di libertà di ciascuno, ed è pari a quello svolto dalla categoria del Singolo, del quale l’uomo-massa costituisce la perfetta antitesi, la riproduzione in negativo. Infatti l’uomo-massa costituisce la traduzione a livello esistenziale del Sistema, e in quanto tale si definisce adeguatamente come l’uomo oggettivo, analizzato fino in fondo nella Postilla, con l’accusa di fondo di costituire la distruzione della soggettività, in ragione della completa erosione di ogni alterità, con la conseguente perdita dell’individualità. L’accusa kierkegaardiana coinvolge lo stesso pensiero occidentale che, nel suo esito più caratteristico e incidente,m ha sanzionato la definitiva perdita dell’uomo-persona, su cui il pensiero cristiano aveva imperniato l’intera dialettica della storia, sostituito dall’uomo-massa (ovvero, nella terminologia di Nietzsche, dell’uomo-gregge), in quanto espressione compiuta della dialettica della quantità instaurata dalla moderna filosofia dell’immanenza. Il nerbo concettuale che innerva il pensiero moderno fondando la connessione tra lo "smarrimento" della existentia individuale, assorbita con progressive e inesorabile cadenza nell’ambito della essentia con il pari "smarrimento" della storia, spiega la riduzione dell’intera realtà a un grandioso epifenomeno dello spirito e alla connessa perdita dell’individuo. In termini essenziali: in quanto l’individuo nella prospettiva teoretica del razionalismo moderno non è più metafisicamente fondato in ragione del ripudio della causalità/partecipazione sostituita con il rapporto dell’appartenenza finito-infinito, di esso è possibile parlare soltanto in quanto fenomeno, cioè proiezione – oggettivamente provvisoria ma medologicamente necessaria – dell’Infinito; in quanto tale, esso è privato in radice di ogni specificità individuale, pertanto non può che risolversi in una semplice copia dell’altro, ridotto esso stesso a copia; il suo valore è nullo al di fuori di una mera dialettica quantitativa; la sua valenza, in quanto suscettibilità di vaporazione, è solo nella anonima associazione ai suoi simili, altrettanti e altrettali fenomeni, in balìa di un principio sovrastante (Hegel), o di una anonima ma ferrea organizzazione massificatrice , che può essere la stampa, la maggioranza politica o parlamentare (Kierkegaard), o la pubblica opinione; oppure di una Volontà-di-volontà (Wille zum Wille) superindividuale (Schopenhauer), che per interna coerenza si radicalizza [ancora?] e si risolve nella Volontà di potenza (Wille zur Macht) di Nietzsche. Nel ritrovarsi numero consiste dunque l’approdo dell’uomo moderno: un approdo decisamente squallido per chi nella rivendicazione dell’antropocentrismo aveva intravisto per sé una tale autoaffermazione da rendere inevitabile la proclamazione della morte di Dio. Resta da osservare come nella prospettiva del pensatore danese, di ordine dichiaratamente religioso, l’affermazione della soggettività colto nell’originarietà della libertà è collegata in modo essenziale all’atto di fede del Singolo, integralmente vissuto come ‘salto’ e come ‘rischio’ e strutturalmente rapportato alla verità, che non è mai la verità ‘oggettiva’ del razionalismo ma la ‘verità che salva’. Se volessimo individuare la parola-chiave della concezione kierkegaardiana dell’uomo-massa, o uomo oggettivo, potremmo facilmente ravvisarla nella indifferenza nei confronti della verità; soprattutto nella Postilla, il filosofo approfondisce questo nodo: "Lungi dal soggetto oggettivo una simile impertinenza, una siffatta vanità!"(p.270). E’ che nella oggettività si perde l’interesse personale della passione infinita" perché "certezza e passione non vanno d’accordo"(p.274); di conseguenza, appena si elimina la soggettività non c’è alcuna decisione. In conclusione "in un sistema logico non si deve assumere nulla che abbia un rapporto all’esistenza che non sia indifferente rispetto all’esistenza"(p.317). A questi lineamenti appena accennati dell’uomo-massa e della temperie culturale nella quale si colloca, si conformano le riflessioni di Kierkegaard sui giornali e sul giornalismo, sviluppate soprattutto nel Diario.
[Giornalisti e giornali nelle pagine del Diario] – Abbiamo tentato una prima sintesi organica, limitandoci ai testi più rilevanti, delle riflessioni che Kierkegaard dedicò al giornalismo moderno nelle pagine del Diario.
a.Il ‘male’ e il ‘negativo’ del giornalismo – La prima caratterizzazione del giornalismo moderno, quella che reca in sé la radice di tutta la riflessione successiva, è data da una definizione che dà Schopernhauer nelle pagine conclusive de Il mondo come verità e rappresentazione: "I giornalisti, noleggiatori di opinioni" [Bd.II cap.VII, Conclus]. Commenta Kierkegaard:
"Questa espressione di S. è veramente di gran valore cme anch’egli l’ha compreso. Egli mostra che, mentre nella condotta esteriore i più si vergognerebbero di andare con un cappello, un soprabito e simili cose che un altro ha messo fuori uso, non è affatto così nell’ambito dello spirito. Qui press’a poco tutti vanno con abiti disusati. La folla degli uomini naturalmente non ha nessuna opinione personale, ma (eccoci!) al bisogno soccorrono i giornalisti che vivono del noleggio di opinioni. Naturalmente, come S. giustamente aggiunge, quel che essi avranno è della stessa risma dei costumi che si noleggiano per le mascherate"
Siamo alla prima enunciazione della obiezione decisiva di Kierkegaard contro il giornalismo moderno: affermare che ogni uomo debba avere una opinione intorno a tutto, de omni re scibili et de quibusdam aliis, significa alterare dall’interno il rapporto dell’uomo con la verità, la cui realizzazione non è un diritto ma una conquista assolutamente personale, frutto di un atto radicale di libertà; e la cui natura comporta che la conoscenza umana, e quindi la capacità di avere una opinione su l’uno o l’altro argomento, sia sempre limitata e suscettibile di ulteriorità; nella prospettiva insinuata dai giornali, ogni uomo sarebbe obbligato ad avere un’opinione su tutto, e se non l’ha, i giornalisti sono pronti a fornirgliela; è chiaro che siamo di fronte alla negazione dell’individuo quale persona, ridotto a una copia tra copie la quale viene rifornita, per così dire, di una opinione, giacché una la deve pur avere.
"La cosa del resto è del tutto naturale. Man mano che si riesce a strappare sempre più gente da quello stato di innocenza [in una accezione che richiama il racconto del peccato originale nel libro della Genesi – n.d.A.] di non essere affatto obbligati ad avere una opinione propria e che li persuade di questo ‘dovere’ (è il dovere di ogni uomo, dice il giornalista!): cosa devono fare quei poveri uomini!? Una opinione diventa un articolo di necessità per tutto il gran pubblico – ed ecco allora il giornalista ofrire i suoi servizi per… noleggiare opinioni. Egli influisce in due modi: prima, mette in azione le sue energie per convincere ch’è necessario che ogni uomo abbia un’opinione – e poi gli spiffera il suo assortimento".
Di conseguenza, conclude Kierkegaard,
"il giornalista rende gli uomini ridicoli in due modi: prima, col far loro credere ch’è necessario avere un’opinione (…) Poi, con il nleggiare un’opinione che, malgrado la sua qualità ventosa, però si indossa e si porta come – un articolo di necessità!" [XI2 A 58=4258].
Il nostro filosofo riprende e approfondisce il suo pensiero richiamandosi a Platone, affermando che solo l’esistere umano
"che si rapporta ai concetti assumendoli in modo primitivo" interessa l’esistenza nella sua forma più alta che è data dal Singolo; "tutto l’altro esistere umano", quello che noleggia le opinioni, così come prende un taxi, "è puramente esistenza di copie" [XI2 A 63=4260].
La riflessione di commento, nella prospettiva delineata, è amara:
"I giornali rappresentano la caduta più profonda dell’umanità, perché favoriscono la ribellione dal basso; con essi è stata inventata un’arma immensa fatta apposta e diretta ad uccidere tutto ciò che è qualcosa, così che solo le nullità stanno al riparo dai suoi colpi. Costoro sono di gran lunga i più numerosi – e così ‘la massa’ (il principio maligno!’ è stata insediata come il vero sovrano" [XI1 a 242=3990].
I giornali dunque, nella prospettiva del filosofo danese, sono
"il sofisma più funesto che sia mai apparso. Ci si lamenta perché qualche volta appare qualche articolo falso: - ahimè, che inezia! No, è l’intera forma di questa comunicazione nella sua essenza che è falsa".
E la spiegazione arriva puntuale, nello stesso testo:
"In ogni campo, per ogni oggetto ecc., sono sempre le minoranze, i pochi, i rarissimi, i Singoli, quelli che sanno: la Folla è ignorante. Ciò è chiaro come il sole perché, se fosse altrimenti, ogni uomo saprebbe tutto. E propri perché le cose non stanno così, ogni uomo ha o dovrebbe avere un proprio oggetto, piccolo o grande, complicato o difficile o meno difficile di cui conosce qualcosa, così che egli è il maestro e gli altri (la Folla, la pluralità), quelli che imparano, e così tutti in questa o quella cosa, ognuno avrà il proprio oggetto. Ma che fa ora il giornale? Esso comunica tutto ciò (l’oggetto è indifferente: politica, critica ecc.), come se fosse la Folla, la pluralità a saperlo".
È questa degenerazione essenziale del rapporto dell’uomo alla conoscenza e dunque alla verità che è a monte della stessa riduzione del popolo e della società alla dimensione del gregge; mentre nell’antichità la folla veniva lusingata offfredo panem et circenses, nell’epoca moderna
"la stampa ha spiritualmente adulato la classe media. Noi abbiamo bisogno del silenzio pitagorico. Per la società sono più necessarie le leghe proibizioniste contro i giornali, che contro le bevande alcoliche (…) Se gli editori vogliono essere aristocratici, devono sopprimere il giornale. Essere aristocratico in mezzo ai giornalisti, è come essere aristocratici in mezzo ai lazzaroni" [VIII1 a 134=1416].
La conseguenza diretta di questo ribaltamento di rapporti e di funzioni nella vita individuale e sociale operato dai giornali è che assume il potere chi è maggiormente in grado di farsi ascoltare, chi riesce a fare più chiasso, chi si impadronisce della ribalta; chi si impadronisce dell’unico megafono disponibile su una nave: se ci riuscirà il garzone di cucina, costui alla fine diverrà anche il capitano della nave; perché il povero capitano – titolare, diciamo – con la sola sua voce non riesce a farsi ascoltare da nessuno, per cui deve chiedere l’aiuto del garzone, così che i suoi ordini "passando attraverso il garzone di cucina e il suo megafono, erano travisati completamente". Niente poté il capitano per correggere quel travisamento, appunto perché senza il megafono era impossibile farsi ascoltare. Alla fine il garzone, grazie al suo megafono, divenne il capitano [VIII1 A 135=1417].
Non a caso, si tratta di un testo di diario che Kierkegaard scrive nel giro di tempo tra 1847/48: in una società composta non da uomini ma da uomini-copia, chi realmente comanda?
"Così il governo non può proibire la parola che è un dono di Dio, ma potrebbe proibire i giornali, che sono un mezzo di comunicazione troppo enorme. Nei giornali si potrebbe permettere la stampa degli avvisi economici, ma in nessun modo le critiche e le argomentazioni" [VIII1 A 136= 1418].
"I giornali sono e saranno il principio del male nel mondo moderno: nella loro sofistica essi non conoscono limiti, perché possono scendere sempre più in basso nella scelta dei lettori. Con questo essi dragano la fanghiglia degli uomini che nessuno governo potrà mai più dominare. Saranno sempre pochi quelli che in verità vedono la falsità che c’è nell’esistenza dei giornali, e di questi pochi solo pochissimi avranno il coraggio di esprimerlo: perché per un uomo è addirittura un martirio il rompere con la maggioranza e la diffusione, che poi lo perseguiterà e lo maltratterà senza posa" [VIII1 A 137=1419].
Ritorna su questo punto cruciale in modo più preciso e circostanziato scrivendo qualche anno dopo
"solo un uomo molto colto può leggere i giornali senza danno. Di uomini siffatti in una generazione non ve ne sono mai molti, e si può dire che non leggono più i giornali. È la Folla che legge i giornali, la Folla a cui questo cibo, già in se stesso òalsano, si trasforma nel veleno più deleterio." [IX A 468=2024].
Qui Kierkegaard anticipa le inedite forme di soggiogamento e di persecuzione politica di cui avrebbe fatto un uso illimitato e sempre più sofisticato i vari totalitarismi moderni, sia dichiaratisi come tali sia mimetizzati in una democrazia totalmente formale: la stampa come strumento di governo e di controllo sociale di quanti, non disposti a ‘noleggiare’ le opinioni con cui i giornali creano ed esprimono la ‘maggioranza’, diventano perciò stesso pericolosi e temibili. I giornalisti, in quanto facile strumento di un potere che tende a mimetizzarsi sotto mentite diversificate spoglie (Kierkegaard ha presente il calvario vissuto ad opera del ‘Corsaro’ di Goldschmidt), appaiono falsi anche nel nome che li designa: ‘giornalisti’ rinvia infatti al giorno
"a me sembra – obbietta Kierkegaard – che si potrebbero chiamare meglio della notte", e propone di chiamarli ‘notturni’, ‘il sindacato dei notturni’; a differenza dei lavoratori notturni, addetti alla pulizia dei pozzi neri, "che portano via le immondezze di notte, ciò che è cosa onesta e una buona azione; essi immettono le immondezze di giorno o, per essere ancora più precisi, riversano sugli uomini la ‘notte’, le tenebre, la confusione; in breve sono i ‘notturni’" [XI1 A 342=4072].
b.L’errore di fondo: che tutti debbano avere un’opinione su tutto – L’irruzione sulla scena della figura del giornalista conduce a sovvertire il rapporto di autorità culturale rispetto allo studioso, al ricercatore scientifico, allo scrittore, rispetto al quale il giornalista si colloca in una situazione indubbiamente ambigua: per un verso infatti l’opera rigorosa e impegnativa dello studioso nessuno la legge; se interviene il giornalista, "in una mezz’ora abborraccia quattro chiacchiere quasi spacciandosi per autore del libro – questo lo leggono tutti". Può certamente ravvisarsi una funzione di divulgazione nell’opera del giornalista, che sarebbe culturalmente meritoria se riuscisse ad evitare una ‘svendita’ per così dire culturale e concettuale, il che risulta molto difficile, se il giornalista deve accedere ai gusti (e alle capacità) della massa. Si giunge a questo, che
"tutta l’importanza dell’esistenza di uno scrittore è di offrire ad un giornalista l’occasione di scrivere quattro chiacchiere che tutti leggono. Se non ci fosse lo scrittore, al giornalista mancherebbe questa occasione – ergo è importante che lo scrittore esista!" [VIII1 A 140].
Si comprende allora come tale sintonia tra il giornalista e il pubblico traduca un’enorme alterazione del concetto di verità e del rapporto dell’uo- mo alla verità in quanto ne riduce il criterio al
"fatto di essere alla portata dei più", il che significa che "la verità sarebbe eo ipso tradita poiché i più abbisognano di un lungo tempo di formazione per riuscire a capire che cosa è la verità. Ne segue che quello che i più riescono a capire è eo ipso una filastrocca. Perciò si può dire: ciò che i più subito e senz’altro possono capire è, distrattamente, chiacchiera e filastrocca. Di qui l’altra conseguenza: ciò che i più riescono a sapere può essere filastrocca, ma può essere anche la verità".
Segue una conclusione che costituisce un principio fondamentale del pensiero kierkegaardiano, che sottrae il filosofo danese alla presa di ‘conservatori’ e ‘progressisti’:
"la verità si trova sempre soltanto nella minoranza, ma non ne segue che la minoranza sia sempre nella verità" [VIII1 A 141].
"Ma perché – si chiede Kierkegaard – non scrivo tutto questo sui giornali, in un Diario od in un libro che poi cercherei di diffondere? Ahimé, ma quanti in una generazione sono veramente dialettici? No, se lo facessi, mi procurerei dei seguaci e il tutto finirebbe nelle chiacchiere del vecchio tran-tran" [VIII1 A 142].
c.I tiranni della coscienza: i giornalisti come i gesuiti – Nella prospettiva culturale e religiosa del luterano Kierkegaard – perfettamente d’accordo, almeno in questo, con lo Hegel – nessun accostamento avrebbe potuto rendere con maggiore efficacia il suo giudizio negativo su tutta la linea sui giornalisti quanto quello con i gesuiti. I giornalisti costituiscono la perfetta reduplicazione dei gesuiti perché gli uni e gli altri tendono a un solo scopo: impadronirsi della coscienza della gente e tiranneggiarla con pugno fermo; sono entrambi l’espressione perfetta del potere totalitario nella modernità.
"I gesuiti sono stati, nella loro degenerazione, il tentativo più vergognoso d’impadronirsi delle coscienze. I giornali sono il tentativo più ignobile di costituire e mettere la mancanza di coscienza a principio dello Stato e dell’umanità" [X3 A 280=3079].
Il parallelo tra i giornalisti e i gesuiti viene tematizzato da Kierkegaard con assoluta convinzione circa la sua pertinenza:
"L’avversione e l’orrore che ispirano oggi i gesuiti e cose simili (perché col nome di gesuita si pensa subito a quella abominevole degenerazione), si sentirà un giorno per i giornalisti.
È certamente possibile trovare della brava gente fra i macellai, ma una certa brutalità è inseparabile dal loro stesso mestiere e ne fa parte. Peggio ancora con i giornalisti: un certo gradi di disonestà è inseparabile anche dal giornalista più onesto".
Il punto che unisce i due ‘tipi’ è la condivisione della peggior forma di disonestà intellettuale:
"La caduta più profonda dell’umanità è caratterizzata dal ‘giornalismo’: è desso un tentativo empio di voler fare di un astratto la forma assoluta. L’anonimato giornalistico è il trionfo completo della menzogna". Kierkegaard si spinge persino ad affermare che se avesse una figlia che fosse stata sedotta, "non dispererei, avrei ancora speranza nella sua salvezza; ma se avessi un figlio che avesse fatto il giornalista per cinque anni, lo abbandonerei".
Il giornalismo infatti costituisce la giustificazione e la accettazione sistematica della menzogna, quale strumento della politica:
"Servire la politica con i giornali, è per un uomo qualcosa di eccessivo. Chi potrebbe dire di non avere una sola volta, forse molte volte, fatto ricorso a una piccola bugia? Ma usarne tutti i giorni con migliaia e migliaia di lettori…, questa è una cosa tremenda! – si ha orrore della brutalità con cui il macellaio usa il coltello; ma questo è un nulla rispetto alla leggerezza orrenda e alla durezza di cuore con cui un giornalista, rivolgendosi magari a una nazione intera, spaccia il falso!" [X2 A 324=2718].
Naturalmente, alla base della degenerazione del fenomeno giornalistico, non c’è nessuna colpa trascendentale, nessun destino immodificabile; c’è lo svuotamento umano e morale dell’individuo, ridotto dal razionalismo a una squallida copia di altre copie: il dilagare del giornalismo è possibile perché c’è un modello perfettamente adeguato al quale corrisponde; questa puntualizzazione non sembra affatto superflua, dato che spesso la condanna kierkegaardiana dei giornali è stata interpretata come fosse di ordine trascendentale, al contrario essa ha senso all’interno di un ben preciso tipo di cultura, rispetto a un ben preciso modello di uomo quale è l’uomo-massa, cioè si tratta di una valutazione di segno negativo, ma di ordine storico-culturale: di per sé i giornali potrebbero benissimo essere controllati:
"il continuo gridare che è impossibile controllare i giornali non è che l’espressione di quanto poco gli uomini di oggi hanno il concetto di ciò che significa soffrire per la verità, d’impegnarci l’intera vita: è solo l’espressione di quanto debosciati sono gli uomini di oggi. Ed io non nego che per il tipo di gente come sono gli uomini di oggi sia impossibile prendersela con i giornali – gente che non ha nessuna eternità in cui sperare, né vita alcuna da sacrificare" [X3 A 279=3078].
d.La tirannide dei giornali – Definito in questi termini, il giornalismo moderno non differisce in nulla da una tirannide certamente non violenta a livello fisico, ma altrettanto insistente e cogente; anzi, per il fatto stesso di essere più sottile, apparentemente più blanda, riesce più tenace e offensiva.
"La tirannide dei giornali è la più abietta, la più infame di tutte: una tirannia ‘accattona’, simile a quella di un mendicante a cui si dice di no, che continua a inseguirvi di strada in strada, e alla fine ottiene per forza qualche cosa".
A questo punto, Kierkegaard passa a delineare quella che può considerarsi una autentica strategia che la battaglia della tirannide giornalistica mette in opera:
"Anche se si immaginasse un polemista quale mai finora è esistito e di opporgli un giornale, pure dovrebbe perdere. A meno che anche lui non pubblicasse un giornale: ed anche in questo caso ha perduto, in quanto si è abbassato da scrittore a giornalista (il che equivale a diventare sofista). Quindi la battaglia comincia: quel polemista eminente colpisce, e allo stesso giornalista non sfugge che il colpo è mortale e decisivo. La risposta a spizzico giornalista mostra quale abissale distanza dell’infinità ci sia tra loro. Non dimeno il giornalista si mantiene del tutto sicuro, perché egli ragiona così: è al di sotto della dignità d’uno scrittore ritornare sempre daccapo sulla stessa cosa, e pertanto egli dovrà smettere – e allora comincerò io. Intanto io continuo ogni sera ed ogni settimana, e la cosa certamente prenderà piede. Più tempo passa, più l’affare sarà preda della confusione e della chiacchiera, ed il pubblico avrà poco a poco dimenticato del tutto quell’articolo dello scrittore. Così avrò partita vinta. Dopo tanto tempo è indegno per uno scrittore ritornare sul medesimo argomento con un nuovo articolo, e così io lo tengo in mio potere. Ecco la strategia che mantiene a galla tutti questi ciabattini, questi portabandiera in congedo, questi arrotini e studenti di mezzo calibro. La cosa divertante in fondo è che ogni giornalista per suo conto e nel suo giornale parla sempre con grande importanza; ma se non vanno d’accordi fra di loro, allora non si lasciano addosso neppure una briciola di onore e di abilità. E perché? perché i giornalisti sanno benissimo quali capacità si nascondono dietro il groppone enorme del pubblico, dell’opinione pubblica" [VII1 A 122=1223].
Forse non sarà superfluo osservare che l’insistenza del filosofo sulla figura dello scrittore, quale riferimento antitetico a quella del giornalista, non per nulla casuale, purché sia ben chiaro cosa significhi per Kierkegaard essere scrittore; non si tratta di una figura professionale tra tante altre possibili, ma del risultato di una radicale scelta di vita che va a coincidere con la sua stessa autocomprensione esistenziale; non a caso scriverà in un testo immediatamente successivo "E così che ho capito me stesso in tutta la mia attività di scrittore" [VII1 A 126]. Decidere di darsi alla attività di scrittore per lui fu nello stesso tempo la forma più alta di difendersi dalla angoscia e dalla malinconia dell’esistenza, che forse potremmo tradurre con Montale dal "male di vivere"; la scrittura, mediante la quale "io dedico la mia vita, con tutte le mie sia pur povere energie, al servizio di un’idea", per lui divenne il laboratorio e la verifica del suo rapportarsi a se stesso e alla realtà: "Io sono nel senso più profondo un’individualità infelice". Proprio perché infelice, tale individualità realizza nella forma più esclusiva e radicale uno stato di solitudine, che avrebbe costituito la compagna più fidata, l’amante più fedele della sua vita. In antitesi a questa figura, che potremmo tranquillamente definire una categoria dello spirito, il giornalista è un individuo che ha totalmente cosalizzato e commercializzato il proprio rapporto con se stesso e la realtà, non a caso il suo strumento di lavoro, per così dire, e la sua arma è il pubblico.
Essere in grado di tenere dalla propria parte il Pubblico [la maiuscola significa che Kierkegaard l’intende come una categoria storico-sociale], tenerlo in pugno, servirsi di esso come di un docile strumento da manovrare come si crede ["lo sciame dei pidocchi" XI2 A 23=4235], semmai mettendosi al servizio del tiranno di turno al riparo di quella assicurazione infallibile contro ogni rischio di accusa per le menzogne propalate che è l’anonimato, e che il giornalista deve difendere e difende fino in fondo [X3 A 275=3075]: ecco l’identità e il progetto del giornalismo moderno.
Il significato dei giornali, in definitiva, "è in sostanza quello di trasformare il pubblico in una specie di persona, per poi conversare con il pubblico" [X3 A 665=3276]. Tutto il gioco del giornalista si risolve nella
"più abominevole di tutte le tirannidi, quella dei pidocchi: e il più abominevole adulatore di tutti i tiranni, tu adulatore del tiranno, dei pidocchi: "Giornalista"! Onore all’umanità che fa progressi in cultura!".
Questo ruolo tirannico che il giornalista assume, risponde alle caratteristiche del giornalismo moderno e nella riflessione del nostro filosofo in questo caso davvero preveggente, anticipa uno dei volti più tristemente efficienti ma anche più nefasti sia dei totalitarismi moderni sia delle ‘strategie’ giornalistiche nell’era della massificazione e della globalizzazione:
"La situazione generale della vita pubblica non è che una assoluta mancanza di coscienza. Esiste un mostro affamato (…): questo mostro famelico è il Pubblico, quest’essere divorato dalla disperazione di trovare qualcosa di cui sparlare. E i giornali sono i servitori della belva, procurando al pubblico ciò di cui parlare. In altri tempi si gettavano gli uomini in pasto alle belve: ora i giornalisti ammanniscono graziosamente al pubblico il piatto di cui è più ghiotto: cioè con salsa di chiacchiere!"
La libertà di parola e di stampa, assicurata dalla democrazia moderna, alla fine si risolve nella licenza di distruggere, di sacrificare una personalità, quale che sia, se essa non piace al potere, o per essere precisi, al centro di potere al quale risponde un giornale o una catena di giornali; con tattica accorta ed esperta, un giornalista è perfettamente in grado di eseguire la sentenza, stabilendo con precisione "per quanto tempo (in proporzione della fama) uno può essere servito al pubblico e quante volte alla settimana il pubblico si divertirà spellandolo con le sue chiacchiere". Ovviamente, se quella personalità è solida e adusa a questi trattamenti, il gioco del giornalista sarà a vuoto, ma questo non toglie che in definita l’uomo, che Dio creò a sua immagine e somiglianza, a cui fece dono della parola perché comunicasse con l’altro,
"non trovò alcuna cosa di cui valesse la pena di parlare. L’uomo::: cioè il Pubblico. Si domanda soltanto qualcuno di cui sparlare e con ciò s’intende che a noi sta data qualcosa di cui sparlare insieme, della nostra vita insulsa e soprattutto delle nostre insulsaggini. Tutto il resto ripugna al pubblico che non conosce che un solo piacere: l’autoerotismo, la fregola del parlare, il piacere a cui si abbandonano per causa del ‘giornalista’" [X3 A 21=2945].
Si comprende facilmente come nella sua requisitoria contro i giornalisti, che di fatto durò fino ai suoi giorni estremi, Kierkegaard si portasse dietro la penosissima esperienza fatta con "Il Corsaro" di Goldschmidt e che costituì un autentico calvario per il nostro filosofo, dato in pasto al pubblico di Copenaghen nel segno del ridicolo e del dileggio, facendo leva su alcuni limiti del fisico; è a Goldschmidt che Kierkegaard si riferisce attribuendogli un argomento di irraggiungibile cinismo e disonestà:
"Quando un giornale come ‘Il Corsaro’ aveva un pubblico sufficiente, solo per questo la sua posizione era legittima. Charmant! Dunque il pubblico dice: noi non abbiamo responsabilità, nessuna colpa perché non siamo noi che scriviamo. G. dice: io non ho nessuna responsabilità, perché quando ho un pubblico sufficiente… allora ecc. Del resto la replica è del tutto come la volevo io. È un sofisma che sia il numero a decidere dei concetti, a garantire che non c’è niente di assolutamente valido in sé, che tutto è relativo e ch’è il numero a decidere".
Ne consegue una riflessione che ha un evidente riflesso personale:
"Di solito essa [=la "spregevolezza giornalistica"] non si usa che contro coloro che sono qualcosa, gli eminenti, perché essi soltanto possono essere presi di mira. La grandissima massa soverchiante del numero va a formare quelle migliaia che contano zero, quei felici e unici privilegiati del nostro tempo: essi la stampa non li può prendere di mira, perché non contano nulla, non presentano alcun interesse".
Il filosofo giunge così alla enunciazione del principio che sottende le analisi e le riflessioni precedenti:
"I giornali rappresentano la caduta più profonda dell’umanità, perché favoriscono la ribellione dal basso; con essi è stata inventata un’arma immensa fatta apposta e diretta ad uccidere tutto ciò ch’è qualcosa, così che solo le nullità stanno al riparo dai suoi colpi. Costoro sono di gran lunga i più numerosi – e così ‘la massa’ (il principio maligno!) è stata insediata come il vero sovrano" [XI1 A 242=3990].
D’altra parte, è in riferimento antitetico alla ‘massa’, alla ‘folla’, al ‘numero’ che il Singolo si definisce:
"’Il Singolo’ è per l’uomo la determinazione dello spirito, dell’essere uomo: la Folla, il numero è la determinazione dell’animalità. L’operazione ora è molto semplice: il grado di perfezione del Singolo come spirito, è secondo com’egli, restando in sé completamente immutato, può sopportare che il numero si scagli su di lui (come quando i monelli lanciano le immondezze contro qualcuno)" [XI1 A 81=3866].
"Nessuno vuole essere il Singolo, ognuno rabbrividisce per lo sforzo. però non soltanto per questo nessuno vuole essere il Singolo, ma anche per l’invidia e per l’opposizione dell’ambiente. Basta che 10 uomini si mettano insieme ed ecco un abstractum e contro un astratto l’invidia impotente. Il ‘numero’ ci fa tutti uguali. Dieci uomini radunati insieme possono in fondo agire anonimamente e l’anonimo non eccita l’invidia" [XI1 A 82=3867].
Penetrante e preveggente profeta, Kierkegaard sembra parlare non già a metà Ottocento, ma in pieno Novecento! D’altronde, aveva già deciso, proprio nel frastuono del 1848,quale sarebbe stata l’iscrizione che avrebbe voluto sulla sua tomba:
"Iscrizione per un sepolcro: la stampa è la sciagura degli Stati, la ‘Folla’ il male del mondo! ‘Quel Singolo’" [IX A 282=1902].
[per una documentazione testuale essenziale: Kierkegaard,
per un approfondimento: G.M.Pizzuti,
Opere, a cura di C.Fabro,Sansoni; Diario, 3.ed, a cura di C.Fabro, 12 voll., MorcellianaInvito al pensiero di Kierkegaard, Mursia]Ho sperato che la nazionale italiana di calcio, dopo aver vinto i mondiali, si ripetesse con la conquista del titolo europeo. Credevo, addirittura, che ciò rientrasse nei misteriosi e segreti piani divini. Credevo, in altre parole, che il buon dio per salvare il mondo si fosse finalmente deciso di eliminare l'Italia dalla superficie della Terra. Un Dio può tutto, fare anche vincere una finale europea, per fare collassare totalmente l'intelligenza di un popolo, il nostro nella fattispecie. Ci siamo, mi son detto, questa è la volta buona. Mi sono illuso, e non è la prima volta: dobbiamo dimorare ancora in questo stato di cretinismo cronico. Sarebbe stato esaltante, vincere questi campionati europei e per ciò sentirsi il popolo più intelligente del mondo, ne anno dato un saggio i cronisti che in questi giorni hanno commentato il torneo, la palma d'oro di cretinismo, per virtù congenita, spettando a Teocoli. Che spettacolo mancato per gli italiani, dopo la Melandri negli spogliatoi dello stadio di Berlino, estasiata dall'inno italico "fammela vedé, fammela toccà", ripetersi con la Carfagna. Mia nonna me lo ripeteva spesso: fatti i fatti tuoi, lascia perdere i piani divini. Infatti, non ci azzecco mai.
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.
(Pier Paolo Pasolini)
Sulla certezza del reato